(aprile 2016)
*prosegue dalla puntata precedente*
Durante le giornate trascorse a Mirleft, ho ricevuto, insieme agli altri ospiti del Festival International du Cinema et la Mer, un invito a pranzo davvero speciale: il direttore del festival, Youba Ouberka, ha invitato tutti i partecipanti a casa della sua famiglia.
Non c’è nulla di meglio, per conoscere la cultura del luogo dove si viaggia, che trascorrere i momenti della quotidianità con le persone che quei luoghi li abitano, ancora meglio quando lì hanno le loro radici. Quando poi vengono aperte le porte di una casa, il consiglio è di varcarla con un grande sorriso.
Dopo un divertente viaggio su un piccolo pulmino che ballava sulle pietre lungo la strada per la casa della famiglia Ouberka, siamo arrivati a destinazione: una collina che guarda dall’alto il piccolo paese di Mirleft.
Siamo stati accolti in una bella casa su due piani del colore della sabbia del deserto: un gruppetto di donne dall’aria divertita ci ha fatto strada verso la grande sala dove avremmo consumato un pranzo pieno di allegria.
Nella sala erano distribuiti in più punti alcuni tavolini, che sembravano darci il benvenuto insieme al resto della famiglia, porgendo piatti di golosi dolci marocchini e insieme, boccette di raffinati profumi. In un angolo, un uomo con un caftano bianco si accingeva a preparare il the alla menta.
Gli sguardi incuriositi scambiati fra ospiti e invitati erano come api con il polline dei fiori: vagavano di volto in volto, per carpirne qualche segreto.
Abdou è arrivato accompagnato dal padrone di casa, che a sua volta portava sul volto un sorriso felice per il recente matrimonio di uno dei suoi figli. Tutto si è svolto in maniera informale, fra chiacchiere, risate, fotografie.


La portata principale, un grande piatto di cous cous distribuito in ogni gruppo, da mangiare da un unico piatto, usando le mani come posate, è giunto come ospite d’onore.

Ma è stata la festa da ballo, scaturita come acqua da una fontana zampillante, ad aprire del tutto i cuori, e a unire le mani in un unico ballo.
Non ho molte immagini del ballo, perché di lì a poco sono stata coinvolta da Ibrahim, uno degli organizzatori del festival, a prendere parte a un altro spettacolo, altrettanto coinvolgente: Jingyu, una ragazza cinese volontaria del festival, e Liliana, attrice portoghese, erano state abbigliate come due donne berbere dalle donne della famiglia, e posavano facendosi riprendere da macchine fotografiche e cellulari insieme a tutti i componenti della famiglia, come un’attrazione esotica. Dall’altra parte l’attrice marocchina Amal Temmar, anch’essa in costume berbero tradizionale, si prestava con un sorriso alle foto collettive.
Nel frattempo tutti si erano trasferiti sullo spiazzo davanti a casa, all’aria aperta, gli adulti continuando a chiacchierare, i bambini a giocare, mentre i membri più anziani sedevano in tutta tranquillità a osservare le attività degli altri. Sullo sfondo, la rossa terra marocchina.
Quando il trambusto generale si è calmato, sono rimasti i bellissimi occhi dei bambini, che ci offrivano amicizia con grande semplicità, senza filtri. Una bambina molto piccola, dal viso paffuto e imbronciato e dallo sguardo penetrante che si era già posato su di me durante il pranzo, non si separava mai dal suo tamburo.
Mi rimarrà impresso un momento, in particolare: allontanandomi per un attimo dalla sala del pranzo, ho visto delle scale che salivano al piano di sopra, e portavano al terrazzo. Le ho infilate, spinta come sempre dalla mia fame di esplorazione, e sul terrazzo mi si è aperto un bellissimo spettacolo: la valle brulla di Mirleft, color ocra punteggiata dele chiome verdi degli alberi, e in lontananza l’Oceano Atlantico, che occhieggiava un po’ assonnato. Grandi tappeti multicolori, stesi sulla balaustra, per terra, quasi ovunque, parlavano del Marocco.
Sul terrazzo ho fatto anche un incontro molto simpatico: due gemelli mi hanno fatto dono delle loro espressioni più buffe e accattivanti, per farsi fotografare. Insieme a loro una bambina più piccola, forse la sorella, dai capelli ricciuti e il viso rotondo, si è fatta prendere in braccio da Anastasia (una volontaria francese che studia in Italia), che nel frattempo era arrivata in terrazzo.
Ripenso al momento in cui ci siamo congedati dalla grande colorata famiglia marocchina, che ci ha offerto non solo un pranzo, ma anche il calore dell’accoglienza, e il privilegio, per chi fra noi era “straniero” di avvicinarsi un po’ di più al cuore della cultura di un paese profondamente affascinante come il Marocco.
Vedo ancora il profilo della grande casa di famiglia, come una rosa del deserto, che ci guarda allontanarci, senza nessuna garanzia di un arrivederci.
Come spesso succede, negli incontri lungo il viaggio.
***
Puntate precedenti del viaggio in Marocco:
- Solcando il Marocco – Prologo
- Il Sapore di Marrakech
- Jardin Majorelle, il giardino dipinto
- Gli incontri: Antonia a Marrakech
- Gli incontri: a casa di Lhssen ad Agadir – il rituale del the alla menta
- Mirleft, echi di sud del Marocco
- Condividere cultura: l’esperienza marocchina
- Gli Incontri: Khodir Sekkouti, voce del popolo Mozabita













































