Luigi Ciotta, attore, circense e artista di strada, ha presentato al teatro Pim Off di Milano uno spettacolo che porta un tema raramente trattato in ambito teatrale: quello dello sfruttamento della vita animale.

Lo spettacolo, rivolto ad un pubblico di adulti e bambini (a partire dagli 8/9 anni, è il suggerimento) si presenta in una forma a metà fra il grottesco e l’arte circense, ma fin dai primi istanti colpisce dolorosamente l’attenzione di chi è già sensibile al tema.
In scena vediamo animali di peluche succubi di una figura sinistra che li manipola a suo piacimento, attraversato di tanto in tanto – pare – da qualche barlume di coscienza, che però non li salva infine dalle sue grinfie inconsapevoli.
In platea gli spettatori, adulti e bambini, hanno reazioni diverse: c’è chi ride, chi applaude…..e poi affiora la voce consapevole di una bambina, che dice qualcosa che meriterebbe un grande, sentito applauso: “Non c’è niente da ridere”.
Il secondo momento dello spettacolo, che avvia verso il finale, è il più intenso emotivamente: sulle note dello struggente Waltz no.2 di Shostakovich l’uomo indossa letteralmente le vesti dell’animale, calandosi nella sua pelle martoriata come fosse il costume di un derviscio rotante, per un’ultima malinconica danza di addio alla libertà e alla vita.
Non c’è giudizio, dice l’autore e protagonista dello spettacolo, in Abattoir Blues, ma l’intento di mettere davanti agli occhi degli spettatori ciò che accade ogni giorno negli allevamenti intensivi (e non solo), mettendolo a confronto con ciò che subiscono molti esseri umani nel mondo: sfruttamento della vita, violenza e prevaricazione. Anche se, va detto, in merito ala questione animale c’è ancora tanto lavoro da fare per creare consapevolezza e quell’empatia che troppo spesso risulta carente nei confronti di esseri viventi di una specie diversa.
Ho posto alcune domande a Luigi Ciotta, con il quale subito dopo lo spettacolo si è aperto un breve momento di confronto, indispensabile a mio avviso per veicolare in modo più efficace il messaggio alla base dello spettacolo, che presenta i fatti così come sono, senza giudizio ma molto pragmaticamente, attraverso il potente canale artistico.
Ecco le sue risposte, utili ad approfondire la genesi e gli intenti del progetto, ultimo della “Trilogia dell’Abbondanza”, che comprende altri due spettacoli dedicati rispettivamente agli sprechi alimentari e all’abuso di zuccheri.
Con quali intenti è nato il progetto di spettacolo di Abattoir Blues?
L’idea originaria è nata nel 2010 quando ero alle prese con la creazione dello spettacolo Funky Pudding, che affrontava il tema degli sprechi alimentari e della qualità del cibo. Per documentarmi sulla tematica ho studiato a fondo tutto il sistema della filiera alimentare, sia legato agli animali che no. Ho trovato così tante informazioni – spesso scioccanti – ed allo stesso tempo così tanti stimoli artistici che ho creato 3 diversi spettacoli, raggruppati successivamente nella “Trilogia dell’Abbondanza”. Funky Pudding 2010 – Sweet Dreams 2014 sul tema dell’abuso e dipendenza da zuccheri, ed infine Abattoir Blues 2019 sul rapporto uomo-carne ed in generale sui macelli.
L’intento dei 3 spettacoli non è quello di dare risposte, ma piuttosto degli spunti di riflessione sulle tematiche, di volta in volta trattate. Aprire un dialogo con un pubblico quanto più vasto e misto possibile.
Quale è la tua posizione rispetto al tema dei diritti animali?
Sin da bambino sono sempre stato molto sensibile al tema dei diritti animali; forse quasi tutti i bambini istintivamente lo sono, ma poi crescendo pian piano si perde parte d’innocenza e di sensibilità…non solo su questo tema purtroppo.
In generale mi stanno molto a cuore le tematiche ambientali e penso che siamo tutti interconnessi tra di noi, esseri umani, animali, piante. Diceva Humblot che “la vita è come un tessuto in cui ogni filo è intrecciato con il resto” .
Sono quindi contrario allo sfruttamento degli animali nei differenti contesti, dai test legati a prodotti di vario genere, agli allevamenti intensivi, al sovraconsumo di carne, agli animali nel circo tradizionale…e l’elenco potrebbe essere ancora lungo!
Quali altre esperienze di divulgazione del tema hai avuto al di fuori dell’ambito performativo?
Aiuto…non molte al di là di supportare, in diversi modi, campagne sui diritti degli animali.
In Sicilia abbiamo un associazione “Il Cinghiale e la Balena” che si occupa del connubio Arte-Natura ed in generale in tutti gli eventi che facciamo cerchiamo di porre l’attenzione sull’ecosistema che ci circonda, e sicuramente il Rispetto e la Consapevolezza sono pratiche sempre più carenti nella società nella quale viviamo, che si tratti di animali o altro.
Tornando allo spettacolo Abattoir Blues, sono venuto in contatto con altri artisti che a loro modo affrontano gli stessi temi, Lorenzo Goccia un cantautore Napoletano e Roger Olmos un illustratore spagnolo pazzesco. Mi piacerebbe provare a organizzare degli eventi nei quali lo spettacolo sia affiancato a presentazioni di libri e concerti, tutto dedicato alla sensibilizzazione dei diritti degli animali attraverso l’arte.
…ma forse questa era già una risposta per la domanda successiva…
In che modo secondo te l’arte può essere un canale di consapevolezza?
Per come la vedo io l’arte potrebbe e dovrebbe essere un canale molto forte per provare a far riflettere sulla società nella quale viviamo. Non l’unico modo ovviamente, ma ognuno dovrebbe dare il proprio contributo. Gli artisti dovrebbero guardare il mondo da diverse prospettive e restituire le proprie visioni a chi in questo mondo ci è immerso e non riesce a uscire fuori dalle routine e dalla “comfort zone”.
Nel mio caso, il gioco – la risata, la satira è sempre stato un elemento molto importante e in questo spettacolo provo attraverso il riso, spesso amaro, a far riflettere su un argomento assolutamente poco divertente. Puntando non a creare, direttamente, sensi di colpa sullo spettatore ma provando a mettere in ridicolo alcuni aspetti della realtà.
Quali sono le risposte che stanno arrivando attraverso lo spettacolo? Cosa emerge dai dibattiti post-spettacolo?
Il dibattito post spettacolo è sempre un momento molto importante. A volte è proprio organizzato sin dall’inizio, altre volte diventa quasi naturale. Ognuno coglie diverse sfumature a seconda della propria sensibilità. Chi è già sensibile all’argomento prende lo spettacolo in maniera molto…dura..seria, per chi è meno dentro la tematica è un ottimo modo per riflettere; la frase che sento più spesso dopo è “non mangerò più carne per almeno un mese”….chissà se sarà poi vero. C’è anche una piccolissima percentuale di pubblico, maschile, che tra il serio e lo scherzoso..mi dice che gli ha fatto venire voglia di un barbecue!!!!
Scherzi a parte, nel dibattito piuttosto che puntare su una “linea dura” di vegetarianesimo, che su larga scala…al momento sembrerebbe impossibile, punto piuttosto sulla consapevolezza e il rispetto. Provare a esser consapevole che dietro a quello che mangiamo ci sono delle vite, animali, ma anche umane di chi fa questo mestiere. E inoltre sulla qualità della carne – quindi produttori locali vs allevamenti intensivi, uso di antibiotici, condizioni di vita ecc…
Con gli adolescenti – medie e superiori – ci sono stati dei dibattiti veramente interessanti ed il linguaggio “provocatorio” dello spettacolo è stato un ottimo mezzo per coinvolgerli.
Quali differenze trovi nel modo in cui bambini e adulti recepiscono lo spettacolo?
Penso che sottovalutiamo moltissimo i bambini, spesso sono molto più attenti e sensibili di quello che pensiamo.
Normalmente consiglio questo spettacolo dagli 8-9 anni in su, ma spesso è capitato di avere in sala bambini più piccoli.
C’è chi ride molto di tutte le disavventure che capitano al personaggio e tutta “la violenza” sui peluches è una sorta di cartone animato per loro. La seconda parte dello spettacolo, che è molto più emotiva, li riporta verso il vero senso dello spettacolo. Questo in generale vale sia per gli adulti che per i bambini.
Poi come dicevo prima, per me ci sono tanti micro e macro significati in questo spettacolo ed ognuno a seconda dell’età, della sensibilità e della “cultura” ne coglie di più o di meno. E’ uno spettacolo che non ti lascia indifferente e che manda lo spettatore “in crisi” sul tipo di reazione da avere durante…dovrò ridere? dovrò applaudire? Ma per cosa…perchè un animale viene ucciso? E’ un cortocircuito molto frequente ed è proprio quello che cercavamo…quindi bene!
Magari su 100 persone che vedono lo spettacolo…5…o 10 se ne ricorderanno la prossima volta che si troveranno al supermercato di fronte al banco alimentare!!!
ABATTOIR BLUES
Di e con: Luigi Ciotta
Regia: Adrian Schvarzstein
Scenografia: Yasmin Pochat e Augusta Tibaldeschi
Costumi: Roberta Vacchetta
Luci e Suono: Luca Carbone
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