(Intervista a cura di Paola Raimondi con la collaborazione di Gaia Diana Dalia Gulizia – Introduzione di Gaia Diana Dalia Gulizia)

Ho conosciuto Giorgio Gallavotti in occasione della partecipazione al Festival di Santarcangelo dei Teatri.

Grazie al desiderio di approfondire la conoscenza dei luoghi nei quali mi reco in visita sono venuta a conoscenza del Museo del Bottone, fiore all’occhiello del bellissimo borgo romagnolo che presta il nome e le sue piazze ad uno dei festival di teatro di ricerca più celebri d’Europa.

Ricordo l’accoglienza del signor Giorgio, Essere Umano che trasmette calore, simpatia e passione da ogni poro della pelle e degli occhi vispi e amichevoli.

Giorgio Gallavotti dà un caloroso benvenuto a chiunque varchi la soglia del suo piccolo e ricchissimo museo, che si trova lungo la strada che dalla piazza Ganganelli si inerpica verso il belvedere di Santarcangelo. Il signor Giorgio – che è anche presidente dell’Associazione Nazionale dei Piccoli Musei d’Italia – si offre come guida d’eccezione in un vero e proprio viaggio alla scoperta della storia dei suoi bottoni, piccoli testimoni della storia del mondo.

Sono tornata a trovare Giorgio Gallavotti e il suo Museo del Bottone più di una volta, e a ogni incontro si è rinnovata la sensazione di freschezza e allegria che una persona genuina e appassionata come lui ha il talento di donare a chi gli si avvicina.

Giorgio Gallavotti all’interno del Museo del Bottone di Santarcangelo di Romagna

Cosa è per lei la gentilezza?

Per me la gentilezza è salutare la gente sempre e comunque, essere accoglienti con le persone e trattarle alla pari, non con un atteggiamento superiore, perché gli uomini sono tutti uguali, quindi non deve esserci né un superiore né un inferiore. Quando vengono gli stagisti o le guide a lavorare al Museo del Bottone dico “qui siamo tutti uguali, non c’è né servo né padrone, si fanno tutti i lavori assieme, si fanno le cose che sono necessarie assieme, se ci sono da discutere le discutiamo assieme e le decidiamo assieme. Questa è la gentilezza”.

Secondo lei la gentilezza è ancora di moda, al giorno d’oggi?

Non credo che sia molto di moda, anzi. E’ molto, ma molto peggiorata rispetto a prima, perché molte persone entrano al Museo del Bottone, per dire, gli dici “Buongiorno”, cerchi di contattarle, e tirano dritto e non rispondono neanche.

A volte succede che ripetiamo due o tre volte quel buongiorno, e io ad un certo punto dico “siete italiani?”, dicono “Sì, siamo italiani”, e allora dico “ e allora perché non rispondete buongiorno?”.

Quindi abbiamo bisogno di gentilezza, per vivere insieme?

Certamente, senz’altro. Ti voglio raccontare un episodio: io ho girato parecchio il mondo, diciamo così, e ancora nell’epoca comunista ero a Budapest. Siamo andati ai Mercati Generali, non c’era gente perché non c’era neanche roba sufficiente, c’era pochissima roba, la carne erano delle pelli attaccate sulla carta, non la carne vera e propria.

Fra due banchi c’era una bambina di 5o 6 anni con un mazzolino di fiori in mano….non di fiori, di prezzemolo. Era pallida, tirata, con un grembiule. Mi è venuto un soffio al cuore, mi è venuto male, praticamente. Eravamo sei persone, abbiamo rimediato 6 dollari, e poi sono andato vicino a questa bambina, le ho preso la mano, le ho fatto segno col dito sul naso “sss”, le ho fatto così, poi le ho preso la mano, le ho messo dentro i soldi, ho guardato che non ci fosse nessuno attorno che vedesse, le ho preso il viso nelle mani, le ho dato un bacio sulla fronte e poi le ho detto: “vai a casa, vai a casa ! “ col segno di correre a casa”. Lei è partita, è andata a casa di corsa, ho badato fino a quando la potevo per vedere se qualcuno poteva rubarle i soldi che le avevo dato.

Per me questo è stato un gesto di grande gentilezza che mi ha anche commosso.

E la stessa cosa mi è successa poi quando ero in Egitto, non avrei mai pensato….la stessa cosa in Egitto. Una bimba stava lì, a vendere qualcosa, non mi ricordo, e le abbiamo dato i soldi e poi l’abbiamo fatta andare via. Però la prima è stata la più impressionante, mi è rimasta nel cuore.

Secondo lei come sarebbe un mondo senza gentilezza?

Quello che abbiamo oggi in Italia. Ognuno fa quello che crede, fregandosene altamente di tutto il resto che c’è attorno. Negli incroci con le macchine, guidando la macchina senza freccia, le persone che portano a passeggio il cane e sporcano tutto….davanti al museo qualcuno lo fa. Una volta qualcuno lo ha fatto vicino alla porta, io ho detto “ma è il modo?!”, l’ho sgridato…..si è messo a ridere, ha detto “ adesso andiamo via, dopo ritorniamo a pulire”….pensi un po’ lei!

La gentilezza è una caratteristica più maschile o femminile? Sono più gentili gli uomini o le donne?

Non saprei dire. Ci sono uomini che sono gentilissimi, e anche delle donne che sono gentilissime.

A mio avviso non è questione di sesso, ma solo di educazione familiare, perché non c’è più nella famiglia il culto di insegnare ai bambini le cose giuste per l’umanità.

Può definire in tre parole la gentilezza, ovvero le sue tre qualità più importanti?

Prima di tutto il sorriso: verso le persone sorridere, sempre. E’ già motivo di gentilezza.

L’altra cosa è salutare cordialmente, buongiorno, buonasera, oppure un’altra cosa ancora: passa tanta gente davanti al museo…una battuta spiritosa.

Giorgio Gallavotti e una sua collaboratrice del Museo del Bottone

Ricorda un atto di gentilezza particolare che lei ha compiuto?

Come museo siamo a contatto con molti asili e con le università. Quando arrivano i bottoni che non sono né da museo né da vendere, faccio delle scatole e poi le spedisco agli asili.

C’è un asilo di Pioltello, vicino a Milano dove c’è una maestra che è eccezionale: il suo lavoro è una missione per i bambini, gli fa fare tanti disegni, tante cose, a questi bambini. Naturalmente adesso che hanno anche molti i bottoni, i sono molte volte adoperati.

Quindici o venti giorni fa mi arriva un messaggio per email che dice: “una sorpresa per il nonno Giorgio”. Apro il messaggio, e c’erano diciassette disegni dei bambini dai 3 anni ai 5 anni, tutti a nome di “nonno Giorgio”. Allora….mi sto commuovendo ancora….cosa ho fatto? ho stampato questi diciassette disegni, insieme a una copertina che ho fatto io per un librettino: sopra la copertina ci ho messo il nome di ogni bambino, e poi ho fatto una specie di rilegatura e ho fatto un libretto vero e proprio, con i diciassette disegni. Ognuno ha il suo disegno, ma ognuno ha anche un bottone a forma di cuore bianco, rosso e verde.

L’ho spedito venerdì mattina il pacco. Alla maestra ho detto: “quando vai a ritirare la raccomandata prendi su una borsa di quelle che si va a fare la spesa al supermercato, perché pesa un pochettino ed è anche abbastanza grande; l’ho fatto in formato A4, quindi si vedono molto bene i disegni dei bambini.

Quel disegno è una gentilezza verso il bambino ma anche verso la famiglia, e quei bambini li accompagnerà per tutta la vita.

Ricorda un atto di gentilezza compiuto verso di lei da qualcuno che l’abbia particolarmente colpito?

Sì, è stato un atto molto ma molto significativo, che mi ha fatto anche cambiare un pochino la mia mentalità.

Avevo nove anni, eravamo sfollati in una collina a 25/30 km da Santarcangelo, non avevamo più niente da mangiare e arrivava settembre: sapevamo che Santarcangelo era stata liberata dagli alleati, quindi abbiamo preso coraggio e siamo partiti a fare questi 25 km, però sapevamo che dovevamo attraversare il fronte.

Nove anni….prendiamo la strada che da Rimini porta a Sansepolcro per arrivare a Santarcangelo. Sulla destra avevamo i cannoni degli alleati che sparavano a dieci km di distanza, e noi camminavamo, eravamo una ventina di persone: io con mio fratello di due anni di più, il mio babbo, mia mamma e mia nonna. Camminavamo, pian piano per arrivare a Santarcangelo.

Ad un certo punto vediamo un uomo, un militare con la faccia nera e le mani nere, era la prima volta che vedevamo un uomo di colore. Io e mio fratello ci siamo avvicinati alla mamma e ci siamo stretti al lei. Lui è venuto, ci ha fatto un sorriso bianchissimo su questo volto nero che ha subito aperto un po’ il cuore, e dice: “brutta la guerra, brutta la guerra per i bambini”. Poi con un salto salta il fosso e va nel campo; dopo 200 metri che avevamo fatto ci è corso dietro con un cesto d’uva: “questi sono per i bambini”.

Questo è un gesto che cambia la vita.

Quale è tra i colori il più gentile?

L’azzurro del cielo. Il cielo rappresenta la natura, che è lo spettacolo più bello del mondo.

E fra i fiori?

Mi mette in difficoltà…non capisco tanto di fiori. E comunque penso che la rosa sia il fiore migliore. Anche l’orchidea. Sono due fiori molto belli, però da noi la rosa rappresenta anche l’amore, la pace fra due persone con l’amore, perché si vogliono bene e si sposano e vanno avanti.

Fra le città, in base alla sua esperienza, quale le sembra la più gentile?

Vienna. Lo sai cosa mi sembra? Mia moglie ha dato una definizione: “una vecchia signora ben curata”.

Fra le opere d’arte quale considera più gentile?

La Divina Commedia di Dante. Io ho un bottone di Dante per la commemorazione dei 700 anni. Ne ho due, uno con l’alloro in testa, l’altro è in piedi, con l’alloro e la Divina Commedia aperta.

Una pagina è scritta, l’altra pagina è bianca, perché ognuno di noi possa scrivere la propria storia.

Arriviamo ai bottoni. C’è un bottone che lei considera più gentile degli altri, e perché?

Allora, più gentile è il bottone che racconta la distensione del mondo. Un bottone degli anni ‘70 di metallo stampato, sulla sinistra c’è USA, i grattacieli, New York, America…sulla destra c’è CCP, il Cremlino, Mosca, Lodz: siamo negli anni ‘70, era finita la Guerra Fredda, era iniziata la distensione.

Nixon è volato a Mosca nel ‘72, un presidente americano che per la prima volta è arrivato a Mosca; nel ‘75 nello spazio c’è stata l’unione fra i due satelliti russo e americano, che hanno quella simbologia che è un grande messaggio di pace, di fratellanza per i popoli. E per dirla ancora con le parole di Dante “la beatitudine dei popoli è la pace nel mondo”.

In che modo si può usare o porgere un bottone per esprimere gentilezza?

Ce ne sono un’infinità di questi bottoni….fammi pensare.

Di solito, quando qualcuno mi chiede l’amicizia su fb, se sono le donne, mando un bouquet di fiori: sono bottoni in vetro di Boemia degli anni ‘80, un quadro fatto tutto di bottoni e di fiori. C’è anche un bottone che è un bouquet di fiori, bellissimo, lavorato tutto da sopra a sotto, liscio come l’olio: questo potrebbe essere un bottone gentile.

L’altro è sempre dell’ ’800, di vetro, lavorato da sotto, un nido di due uccelli e un nido con le uova dentro: forse questo è quello che ti dà più soddisfazione per la gentilezza, perché parla anche dell’amore, delle creature, e della continuità del mondo.

Se ho capito bene, donare l’immagine di questi bottoni è un messaggio che esprime gentilezza?

Sono tutti messaggi, i bottoni.

Giorgio Gallavotti racconta i bottoni

In quale modo lei esprime nel suo fare artistico – cioè nella ricerca, nella collezione di bottoni – la gentilezza?

Con le forme dei quadri che faccio e con il significato dei bottoni.

Per esempio ho un quadro dove c’è una specie di albero di Natale: in alto c’è una stella, il firmamento, sotto come guarnizione dell’albero, ci sono tre bottoni Swarovski: è la bellezza, la ricchezza della Natura. In basso ho messo due bottoni a forma di mela: il gusto della vita. Sulla destra ci sono le coccinelle: un po’ di fortuna non guasta mai. E in alto sulla destra ci sono due cuoricini: l’amore, la vita, il motore della persona.

Questi sono tutti bottoni che dimostrano la gentilezza.

Collezionare bottoni è un modo per essere gentili?

Io faccio parte dell’Associazione Nazionale dei Piccoli Musei. Abbiamo fatto dieci convegni, nove in giro per l’Italia, e uno l’anno scorso al computer. Io sono sempre stato l’oratore ufficiale. In tutti e dieci, quando parliamo dei piccoli musei diciamo sempre due cose: l’accoglienza, il rapporto fra persone e visitatori, la gentilezza. Diciamo anche che alla fine ci deve essere un dono, a ricordo del Museo.

Adesso ti svelo un altro mio segreto: quando ho iniziato a creare il Museo del Bottone, mi sono ispirato niente popò di meno a Luigi XIV, il famoso Roi Soleil: non è un caso. Sua è una frase eccezionale: “quando devi fare qualcosa pensaci bene se è fattibile. Se è fattibile, falla, ma mi raccomando, solo in grande: le mezze robe non valgono niente”.

Mi sono sempre ispirato a lui; ed ecco che ritorniamo al dono di ricordo della visita al Museo del Bottone: non potevo fare una mezza roba, allora ci sono due scelte: fiori bianchi e neri o tutti bianchi, sono margherite. Anche rosa e bianco: generalmente le persone più anziane scelgono forse sempre quello. Questi bottoni non sono fatti da Swarovski ma sono fatti con la tecnica dello Swarovski, sono grandi poco più di 1 cm e ½, e luccicano come se fossero Swarovski, come se fossero diamanti. Verde scuro, azzurro, chiaro bianco che se gli passi la luce fa tutti i colori, rosa e violetto. Questo è il dono che ho scelto per la ragazze; le rosse, che hanno tutte gli occhi azzurri, vanno matte per il bottone azzurro, e questo è un atto di gentilezza conosciuto da tutti.

Quando a volte mi scrivono, mi dicono sempre che quel bottone gli porta fortuna.

Giorgio e i bottoni

L’arte e la creatività sono veicolo di gentilezza?

Sì. Perché l’arte parla alla persona, all’anima. L’arte è anche da interpretare, non è solo un quadro messo lì con delle figure. Io ho bottoni che leggo. Ho per esempio un bottone di Mozart, che a 14 anni ha scritto a memoria tutto lo spartito del Miserere di Allegri, solo per averlo sentito la prima volta. Quindi è un grande personaggio, un grande artista. Ma un altro grande artista, alla fine dell’ ‘800 ha fatto un bottone con Mozart quattordicenne : è una miniatura su carta pitturata a mano, tardo ottocento perché è coperta da celluloide. L’Immagine di questo bottone raffigura Mozart con la testa tutta illuminata: il genio, l’illuminato; il corpo è tutto in ombra, però è a forma di libro aperto: ha tante cose da dire. E dalla testa c’è una piccola nuvoletta che esce: la musica di Mozart in giro per il mondo.

Questa è arte e gentilezza.

C’è un’altra cosa che racconto sempre: la dichiarazione d’amore su un bottone. Perché io ne racconto tanti di bottoni, però questi sono quelli che mi rimangono, sono i più forti da raccontare; è un bottone dell’ ‘800 del Marocco: c’è una ragazza al centro, sulla sinistra c’è un fiore, una zeta e un cuore. La zeta è l’inizio del nome di un ragazzo, ha il fiore in mano ed è innamorato. Sulla destra ci sono tre parole in berbero, però questo bottone è arrivato nel 2019: gli stranieri non sono venuti. Io ho 164 nazioni sul libro delle firme straniere, e 195 circa nel mondo, però in questo periodo la gente straniera non viene; però essendo tre parole in berbero, “ti voglio bene, ti voglio sposare”, una cosa del genere, molto semplice….ma sotto queste parole c’è un altro fiore, si chiama argan, è un fiore sacro: la mia dichiarazione d’amore per te è una dichiarazione sacra.

Adesso le farò due domande un po’ particolari. Le sarà noto il modo di dire “essere abbottonati”: secondo lei una persona che caratterialmente è “abbottonata”, è più gentile degli altri, o meno?

E’ meno gentile, è più scontroso.

A questo proposito io ricordo la tua espressione più famosa che è “scusate se vi ho attaccato un bottone”, che mi piace molto. Questo “attaccare bottone”, invece è

Potrebbe avere due significati. Il più brutto quando due ragazzini che abitano nella stessa via, nella stessa città, vanno a scuola assieme, fanno fino all’Università assieme, poi ognuno fa la sua vita, uno va in una città, uno in un’altra. Dopo 15/20 anni casualmente si trovano tutti e due nel paese: “oh ciao, come stai, come non stai…” e via di seguito, una gran festa. Poi uno dei due comincia a raccontare tutti i suoi mali che lo hanno afflitto nel periodo in cui non sono stati assieme. All’altro a un certo punto può non interessare più questo discorso, per il semplice fatto che hanno perso l’amicizia e lui molto probabilmente non era disposto a perdere un sacco di tempo nelle cose che a un certo punto non gli interessano più. Quando si lasciano si dicono “ci telefoniamo, ci teniamo in contatto”, però quando è lontano da lui dice, a mezza voce: “ mi ha attaccato un bottone!”.

L’altro significato è il rapporto fra uomini e donne, è cercare di attaccare bottone, cercare di iniziare un colloquio con una persona.

Giorgio Gallavotti con un gruppo di visitatori del Museo del Bottone a Santarcangelo di Romagna

E’ più gentile un indumento abbottonato o sbottonato?

Il bottone slacciato al punto giusto può mettere in difficoltà chi è di fronte, se osare o non osare (ride). Una volta era questo, adesso è una gentilezza: non fa più effetto come faceva una volta.

Lei si considera una persona gentile?

Io mi considero una persona affettuosa, gentile. Però a volte mi arrabbio quando qualcuno fa azioni contro il buonsenso della gente. C’è uno che l’altro giorno, c’era il mercato, parcheggia il camion in un posto dove non si può più entrare in piazza per i disabili e via di seguito. E’ stato tutto il giorno lì, e io quando sono dovuto andare via, che ho dovuto mettere la macchina dall’altra parte, ho detto: “la strada non è la tua. Hai occupato il posto, e guarda quanto posto c’era, per quelli che fanno fatica a camminare, e tu hai messo il camion lì”: non ho potuto stare zitto. Però quando vengono al museo, che mi dicono buongiorno, facciamo questo e quest’altro, parlo li faccio parlare e via di seguito. Se sono stanco con la visita e mi passa la stanchezza, mi rigenera.

Adesso ti dico un’altra cosa: durante la pandemia – io sono anche il presidente dell’Associazione – “Giorgio scrivi un libro sulla tua vita”. Allora ho scritto questo libro sulla mia vita. Il titolo è “La mia vita. Un’avventura. Famiglia, viaggi e bottoni”. E’ un’avventura. Qui davanti a me c’è lo studio di un regista di cinema che ha lavorato tanti anni con Olmi, si chiama Zaccaro. Gli ho chiesto se mi fa la prefazione del libro, perché parliamo tutti i giorni, sa tutto quello che è successo perfettamente. Mi ha fatto la prefazione – io gli ho dato il libro nella chiavetta – me l’ha consegnata due giorni fa. Leggendo quella prefazione mi sono commosso: mi ha fatto una prefazione eccezionale.

Giorgio Gallavotti mostra il suo libro sulla storia del bottone

Sarà stato eccezionale anche il suo libro….

Speriamo. Io penso di sì.

Vuole aggiungere qualcosa sulla gentilezza?

La gentilezza è il rapporto fra le persone, non il rapporto fra le cose e le persone. Perché la gentilezza è il rapporto umano fra gli esseri umani.

Vuoi dire anche qualcosa per invitare le persone al Museo del Bottone?

Allora. La gente pensa che il bottone sia per unire due lembi di stoffa, ostentare lo status symbol, la moda. Noi diciamo che è solo il 10% di quello che è un bottone: al museo c’è da scoprire l’altro 90%. Un piccolo esempio dimostra anche questo: due bottoni di una polo moderna, di valore economico fra tutti e due 5 centesimi, per noi al museo hanno la stessa valenza storica di un bottone disegnato da Pablo Picasso per Coco Chanel negli anni ‘20, una maiolica con un tocco d’oro: con questo raccontiamo il rapporto fra Pablo Picasso e Coco Chanel, con gli altri due raccontiamo la fantastica avventura nello spazio, perché sono arrivati su nostra richiesta con tanto di commenti ufficiali della NASA e dell’ESA, i bottoni della polo della Cristoforetti e di Parmitano, al Museo del Bottone. La differenza economica è enorme, ma la valenza storica è nettamente la medesima. Una mia intervista sulle dieci interviste fatte sulla RAI, la domanda secca di una giornalista è stata: “cos’è per lei un bottone?” io seccamente ho risposto “E’ la memoria della storia”.

Venite al Museo del Bottone: quando uscirete sarete altre persone.

Giorgio Gallavotti all’ingresso del suo Museo del Bottone (Santarcangelo di Romagna)

(intervista a cura di Paola Maria Raimondi, con la collaborazione di Gaia Gulizia – foto di Gaia Gulizia).

Puntate precedenti: Intervista a Lorenzo Pianotti – di cavalli e gentilezza

Intervista a Gianni Radice – di arte e gentilezza

2 thoughts on “Intervista a Giorgio Gallavotti – di bottoni e gentilezza”

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