Abbiamo conosciuto Gianni Radice, pittore e scultore di origine milanese, nel suo studio di Macugnaga, nota località ai piedi del Monte Rosa dove l’artista attualmente risiede stabilmente. Nello spazio culturale che ha avuto in gestione per un lungo periodo, Gianni organizzava mostre permanenti e temporanee delle sue opere, che spaziano dalla pittura ad olio, ai disegni, alla scultura. Ho poi avuto modo di visitare personalmente la sede della Fondazione Gianni e Roberto Radice (dedicata alla memoria del fratello di Gianni), che fino a qualche tempo fa si trovava a Milano, e lì ho avuto il piacere di fare da modella per la realizzazione di un busto femminile, che è andato ad arricchire il catalogo di opere d’arte di Gianni Radice.

Nel corso di questa lunga intervista discorriamo con Gianni Radice di arte, artisti, e gentilezza, inaugurando un progetto di prossima realizzazione che sarà annunciato su queste pagine nel prossimo futuro.

Gianni Radice dipinge nel suo studio di Macugnaga

Cosa è per lei la gentilezza?

Ah, è molto semplice. Io ho letto su un volume che un intervistatore ha chiesto a un grande scrittore francese : tu che cosa pensi della gentilezza?

Io sarei contento – dice lo scrittore – quando incontrando mia madre in Paradiso, le sentissi dire bravo, sei stato buono e gentile con tutti. Che poi in francese suona molto meglio perché sei stato buono e gentile avec tout le monde.

Ecco, io vorrei essere stato anch’io gentile con tutti.

La gentilezza è essere gentili è nel rapporto con gli altri, se no la gentilezza relativamente a me non esiste.

Cosa vuol dire essere gentili con gli altri?

Eh, significa non dare un pugno in un occhio ad una persona avversaria, significa accoglierla bene, significa …. significa determinare, e diciamo compiere gesti che possano essere come dire…. bene accetti, essere simpatici, insomma. La gentilezza mette insieme tutta una serie di argomenti. Uno è gentile proprio perché magari il suo animo lo rende gentile. Invece un litigioso, che ha sempre da dire qualcosa, nel confronto con gli altri non può essere gentile. Sono domande non facili.

Come esprime la gentilezza attraverso il suo fare artistico?

Io uso sempre, quasi sempre, avere un rapporto con delle persone che in qualche maniera nei miei confronti abbiano degli scambi semplici.

Anche la persona ritratta deve essere gentile, e non ostile. Se la persona ritratta è gentile, determinerà un ritratto che ha queste caratteristiche. Quando invece questa persona fosse indifferente al mio lavoro, ovvero non recepisce quello che io le chiedo – per fare un ritratto può essere una seccatura, ma purtroppo per un artista è necessario – userei una fotografia.

Ma se io usassi una fotografia non verrebbero fuori i caratteri della persona.

Intende dire che esprime la gentilezza nel rapporto con la modella durante il lavoro?

Certo, esclusivamente durante il lavoro, perché al di fuori del lavoro avrei un rapporto banale, un semplice dire “come stai?” “io sto bene”, ecc. ecc.

Io invece ho bisogno di tirare fuori qualche cosa di più importante.

Lei ha parlato ad esempio del fare un ritratto: in che modo realizzare un ritratto esprime la gentilezza?

La gentilezza secondo me deriva dalla persona che ho davanti: se la persona che ho davanti ha qualche corrispondenza con me. Io chiedo, faccio domande lungo il lavoro: non chiedo cose impossibili, chiedo cose normali che determineranno il mio lavoro.

Questa cosa della gentilezza…. le dico la verità, quando lavoro io non mi pongo mai il discorso della gentilezza. Io comincio a guardare una persona e comincio a derivarne com’è la sua fisionomia: è una fisionomia tonda? È una fisionomia allungata? Ecco, a me interessano questi caratteri. Capisce che la gentilezza viene dopo, con qualche parola che si scambia, ma non è che io chiedo “tu sei gentile?”

La scultura, come arte, è gentile?

La scultura di una volta non poteva essere altro che gentile, perché grandi artisti hanno ritratto personaggi famosi che erano delle belle figure, in generale femminili, con caratteri già formati. Se invece uno vuole trattare un argomento che è il contrario della gentilezza….allora va in prigione, etroverà un delinquente, che avrà caratteri completamente diversi da quelli di una giovane donna, di una signora, che può attrarre l’attenzione di un artista, slegandola però un po’ dalla gentilezza.

Messina (Antonello, nda), per esempio, ha ritratto più di una volta sua moglie, la cui figura è risultata, all’apparenza, molto gentile.

Gianni Radice con alcune delle sue sculture-ritratto
Gianni Radice lavora al mio busto nel suo studio di Milano

Lei ritiene che la gentilezza sia un valore ormai desueto, oppure è sempre attuale?

Io lo ritengo sempre valido. Anzi, è auspicabile che nei rapporti fra le persone ci siano sintomi che descrivono che una persona è gentile, e nello stesso tempo chi fa il lavoro, l’artista, deve sentire questa gentilezza.

A meno che si voglia descrivere la cattiveria, è un valore sempre valido.

Quando e come la gentilezza può diventare uno strumento di cura per tutta l’umanità?

Mi sembrerebbe che se tutti fossero gentili, il mondo potrebbe andare in un modo completamente diverso.

Come si vivrebbe, in un mondo dove tutti fossero gentili?

Sarebbe una specie di paradiso terrestre.

Quindi è proprio importante, la gentilezza?

Sì, ripeto: non da un punto di vista artistico, ma dal punto di vista dei rapporti sociali, umani.

Un artista, un uomo di cultura, deve secondo lei essere gentile? O può essere un artista senza essere gentile?

Domanda difficilissima, perché ci sono esempi di molti artisti che sono sempre stati gentili, proprio perché è nel loro animo, altri invece sono all’opposto, cioè prevaricano, fanno prevalere la propria posizione rispetto al soggetto che vogliono trattare.

Gianni Radice indica il busto del pittore ossolano Carlo Bossone, ci cui è autore

Può farmi un esempio di un artista o di un uomo di cultura che secondo lei era davvero gentile?

Un artista che potrebbe ritenersi gentile, per e sue idee e per come scrive, potrebbe essere Treccani. Treccani ha dipinto la forma femminile, ovviamente con i suoi dettami e il suo stile, ma le sue figure sono sempre state figure non violente: la figura femminile, la madre, i figli, immagini prese dal suo ambiente, per esempio di un giardino, dove ha introdotto figure femminili.

Ricorda nella sua vita un gesto di gentilezza che l’ha particolarmente colpita?

Alcuni anni fa ho avuto una visita di una giovane signora che mi ha lasciato scritto nell’albo della mostra una dedica che ritengo ancora adesso indimenticabile. Disse: ” raramente si incontrano persone così disponibili, così gentili, come lei”. Quel “come lei” mi ha commosso, mi ha colpito particolarmente.

Può raccontare un particolare atto di gentilezza che ha invece compiuto lei stesso?

Da ragazzo ho creduto di fare un atto di gentilezza offrendo ad una giovane ragazza un mazzo di ventiquattro rose. Io credevo di fare un atto di gentilezza, fra l’altro spendendo buona parte del mio stipendio. Credevo di iniziare un rapporto, di qualsiasi tipo, invece la cosa è venuta a cadere.

Avrei voluto essere buono e gentile con tutti, e quindi in questo desiderio di esprimermi, ho aiutato chi ho potuto; l’aiuto era di tipo materiale, ovvero sostegno morale quando ce n’è stato bisogno.

Secondo lei sono più gentili gli uomini o le donne?

Ah, gli uomini, di gran lunga. Le donne sono più dure secondo me, più combattive.

Gli uomini invece, nell’approccio con l’altro sesso, in genere devono dimostrare qualcosa che sarebbe auspicabile potesse essere ricambiato dall’altro soggetto, ma normalmente è sempre l’uomo che è più gentile verso la donna.

Qual è il colore della gentilezza, secondo lei?

Il colore della gentilezza è il colore che viene fuori, secondo me, dal risultato e dalla bontà del lavoro dell’artista.

Se dovesse scegliere un colore dalla tavolozza, quale sarebbe?

Beh, qui ci sono degli studi…. il colore è quello del carnato della persona che si sta trattando. Quindi una persona gentile, una persona educata, ecc. ecc., secondo me determina quello che è (la sua fisionomia). Una persona che invece fosse ribelle, cattiva, secondo me altererebbe le sue caratteristiche.

Potete andarlo a vedere in tutti i ritratti che ho fatto, come ad esempio Giovane Ragazza: tutte le ragazze che ho conosciuto e che ho ritratto, sono gentili, e credo che nei miei ritratti il colore dell’incarnato di queste ragazze lo esprima.

Il “Polittico delle Tre Marie”: un esempio della ritrattistica al femminile di Gianni Radice

Metaforicamente parlando, mi può indicare un’opera artistica che secondo lei esprime la gentilezza?

Potrei indicare immediatamente La Primavera di Botticelli: perché innanzitutto è la primavera, che è una stagione amorevole, non fa freddo, non fa troppo caldo. L’ambiente di Botticelli è un ambiente con prati, verde, erba, fiumi. Botticelli ha avuto la fortuna di vivere in un orto botanico creato apposta nei possedimenti dei Medici. Lui ha potuto tradurre sulla tela quarantaquattro forme di fiori.

Recentemente ho anch’io fatto una Primavera, che è lontana da quella del Botticelli, ma io purtroppo ho avuto a che fare con sei fiori. Di fiori nella mia vita ne ho conosciuti più di sei, però o perché cadevano, o perché erano appassiti, quelli che ho messo nel mio quadro sono solo sei, e quelli che ho trattato in misura più ampia sono i narcisi. Sa cosa sono i narcisi?

Considera gentile il fiore del narciso?

Secondo me tutti i fiori sono gentili, meno quelli che hanno le spine.

Quindi la rosa non è gentile?

Beh, la rosa….un conto è lo stelo, un conto è il fiore. Il fiore in sé è sicuramente gentile, è bello, è affascinante. Lo stelo però, se uno si avvicina, si graffia, si punge….con il narciso non succede niente.

Qual è la sensazione che lei prova quando qualcuno è gentile con lei?

Se una persona è gentile con me, la sensazione che io provo è di reversibilità: cioè, anch’io vorrei essere altrettanto gentile, sino ad arrivare a quello che diceva quel poeta: Vorrei essere gentile con tutti, diceva incontrando la sua mamma.

Secondo me è il massimo del desiderio che un uomo possa avere.

Cosa mette in atto la gentilezza, quando è praticata? Forse ha già risposto: mette in atto, diceva, il desiderio di ricambiare con la gentilezza…e mette in atto anche altro?

Io metto in atto una maniera di parlare, di esprimermi, di dire cose che sono consone….a quello che io realizzo. Cioè, un momento di gentilezza si traduce con forme del parlato che devono essere ovviamente gentili.

Può indicarmi una città che secondo lei è gentile? non per le persone che ci abitano, ma a sensazione, per le sue caratteristiche. Ad esempio prima mi sembra di capire che un prato con i fiori, le erbe, è gentile.

Penserei a Piazza dei Miracoli a Siena, dove si vede contemporaneamente il grande verde e dei monumenti che sono tra le massime espressioni dell’attività umana. La torre di Pisa cadendo non sarebbe gentile se cadesse sulla testa della gente, ma finché sta lì è qualcosa che suggerisce delle immagini di forza e di bellezza, perché è una bella torre, oltre che per le dimensioni eccezionali, per il fatto che eccezionalmente penda.

Però quello che mi suggerisce maggiormente è che il prato, nella piazza dei Miracoli, ha poi anche i lati che sono il ricordo di grandi persone, grandi personaggi, però messi dentro in un contesto verde, che secondo me è fra le massime cose che si possano trovare.

Se le chiedessi di citare una musica, o un compositore, che secondo lei esprime gentilezza, cosa mi risponderebbe?

Mi mette in crisi, perché io della musica conosco poco. Beh, mi è più facile trovare una canzone che possa esprimere qualcosa sotto questo profilo. La musica classica veramente mi metterebbe in crisi.

La canzone non è di oggi, è Mamma, “mamma, tu sei la mia vita…”, sa io sono vecchio, sono antico, quindi non conosco…

Sono più gentili le persone giovani o le persone anziane?

Ah, le persone giovani. Per il fatto che sono all’inizio della loro vita, e non hanno ancora subito quello che la vita può lasciare nell’animo umano, cioè incomprensioni, illusioni, disillusioni, speranze perdute: tutto questo in un anziano può dare adito a un carattere non gentile.

Quindi è un po’ come la primavera: i giovani e la primavera, sono gentili.

Eh, sicuramente, sicuramente.

Vuole aggiungere qualcosa sulla gentilezza?

Non lo so, signora. Lei mi mette in crisi, con questa storia della gentilezza. Io credevo di parlare della ritrattistica.

Cosa vorrebbe far conoscere dei suoi progetti attuali? Cosa le ha dato, finora, la sua arte?

Delusioni. Non tanto per quello che io realizzo, ma per quello che io vedo in altre soluzioni realizzative di altri artisti, che hanno avuto enormi fortune, pur facendo delle cose che a mio dire sono povere cose. Cioè a dire, uno che fa uno scarabocchio, o un taglio, continuo a ritenerlo non un artista.

Quindi, per citare un esempio illustre, lei pensa che anche i tagli di Fontana non meritino il nome di arte?

Ormai è considerata l’arte del nostro secolo, o forse del secolo passato, massime espressioni artistiche. Io purtroppo ritengo un capolavoro, come ho detto all’inizio, quello di Botticelli, la Primavera, ben diversamente superiore al taglio di Fontana. Però ci sono dei critici che, per tutta una serie di ragioni, anche se vuole di ordine pratico, economico, hanno bisogno di dare una forma e una pubblicizzazione a questi lavori ultimi, che magari loro stessi sanno non valere. Eppure, poiché devono scrivere delle pagine di giornale, degli articoli, dei testi, riescono a gonfiare queste cose che sono delle miserrime cose. Tutto questo nasce dalla famosa presa di posizione di un artista come Duchamp, che ha fatto pure povere cose -la ruota della bicicletta, l’orinatoio, ecc. – che ha ritenuto forme compiute avulse dallo scopo originario, e che secondo lui sono tra le massime espressioni della scultura.

Cosa rappresenta per lei, in particolar modo, fare arte, la sua arte?

Rappresenta quello che si può vedere, cioè a dire, già un critico nei decenni passati aveva scritto: “L’arte è quella che è sulla tela”, quindi quello che è sulla tela è l’espressione dell’artista. Naturalmente io, tra un tipo di espressione come il paesaggio, oppure la figura di una persona, preferisco la figura umana, cioè il ritratto. E lì devo trovare tutte quelle caratteristiche di cui ho detto all’inizio; cioè, esaminando da principio la forma del volto che mi appare davanti, devo cercare innanzitutto di renderlo, e poi di renderlo significativamente, perché, ripeto, bisogna andare oltre, bisogna cercare un lavoro di introspezione nel personaggio che si ha davanti. Quindi questo comporta, ad esempio, anche una certa conoscenza, come dire, necessaria e approfondita. Però un grande artista può anche operare facendo il ritratto alla persona che vede per la prima volta, perché è il ritratto che deve avere forza in sé, capisce?

Gianni Radice all’ingresso del suo spazio artistico a Macugnaga

Dall’inizio ad ora che evoluzione ha avuto il suo modo di essere artista?

Io non credo ci siano stati grandi cambiamenti. L’evoluzione è quella di tutti gli artisti, cioè a dire, si fanno le righe a scuola su un quaderno, poi uno tra tanti allievi eccelle rispetto ad altri, è più bravo. Allora si comincia a sentire qualche apprezzamento per questa persona, per questo artista “in erba”, diciamo, “in pectore”, non ancora espresso, e più tardi, se riesce a cogliere questi valori, queste qualità, ecco che portano a delle soluzioni espressive che potranno avere una certa importanza.

Nel mio settore la mia evoluzione principale è stata dal quadro alla scultura. Nella scultura trovo quei caratteri che mi sollecitano di più.

Come presenterebbe, se dovesse parlarne adesso davanti a persone che non ne sanno nulla, la sua attività artistica?

Anche qui, mi cogliete in una situazione non facile, cioè a dire io devo dire della mia arte sempre nel confronto con quella di altri.

Cioè, ovviamente se avessi davanti un Raffaello, mi riterrei uno gnomo, perché Raffaello è il massimo dell’arte intesa come tale. Però viaggiando per mostre io non riesco a trovare persone, artisti, nella cui forma espressiva riesco a credere.

E nella sua forma espressiva, crede?

Eh certo, al massimo.

Cosa direbbe della sua arte, agli altri?

Io sono un artista all’antica, che cerca di fare buone cose guardando gli altri; questo in qualità di ritrattista: nelle persone devo cercare qualcosa che mi permetta di realizzare qualcosa di fondamentale. Deve valere l’arte per l’arte, cioè l’arte deve essere superiore al soggetto, si deve tradurre in una forma espressiva di maggiore contenuto, di maggiore forza, capisce?

Ritratti di donna, di Gianni Radice

Quindi una sorta di sublimazione?

No, perché io penso invece alla realtà.

Allora, di approfondimento?

Sì, di approfondimento.

Qual è il riconoscimento più bello che vorrebbe avere?

Lo strumento?

No, il riconoscimento.

Ah! Come strumento vorrei avere una bella tela e un bel pennello.

Un riconoscimento non l’ho mai avuto, se non quello della gentile signora che mi ha apprezzato in maniera tale da farmi quasi piangere, diciamo…mi sono commosso, alla dedica di questa signora. Secondo me è il migliore riconoscimento che abbia mai avuto.

Un altro riconoscimento è quello per cui, quando io ho esposto una raccolta di ritratti e di sculture qui a Macugnaga, un mio amico pittore, vedendo il mio lavoro, ha pensato di potere fare meglio di me. Allora questo incentivo che io ho dato a un altro, secondo me è un riconoscimento del mio lavoro.

Vuole aggiungere qualcosa, riguardo alla sua arte?

Se sapessi scrivere bene, cosa che non so fare, dovrei scrivere un mio trattatello, che riguarda la mia arte, che però non è niente di dissimile dal percorso di tanti altri artisti. Io vorrei potere assomigliare, oppure compararmi a tanti artisti, per il loro valore.

Ad esempio?

Ad esempio nel campo del disegno ho fatto scrivere da una giovane critica che io ho voluto, alla fine di un mio volume di disegni, portare come esempio due disegni, uno di Guttuso, e uno di Picasso: questi due artisti secondo me sono quelli che sono riusciti ad avere nel campo del disegno la maggiore espressione di forza.

Sono due modelli, per lei? Sono maestri?

Sì.

E il progetto a cui sta lavorando adesso quale è?

Il progetto è terminare quella serie dedicata alle stagioni, di cui ho fatto la primavera, l’estate, l’autunno. Non sono riuscito a trovare una forma che mi soddisfacesse per rappresentare l’inverno.

Queste stagioni sono state da me trattate in due maniere: una stagione così come io me la immagino, la vedo, ecc. e poi la solita storia che io ho utilizzato quando ho immaginato che a vedere le cose mie sia Picasso; Picasso mi suggerisce alcune cose che non sono dentro di me, delle forzature, delle espressioni di colore, di forma, completamente diverse.

E io ho voluto far vedere che riesco a percorrere anche questa nuova e diversa formulazione, perché altri me l’hanno suggerita, ma io sono stato in grado di mostrarla.

Quando è iniziato il suo percorso come artista?

Ho iniziato all’età di 11 anni, e avevo preteso di essere subito un artista, e quindi mettere qualcosa sulla tela, con mezzi che allora andavano di moda, come l’olio.

Quello che ricordo come una mia espressione – dopo avere fatto alcune prove, perché ovviamente i primi dipinti avevano qualche lacuna – è il primo dipinto, che secondo me è stato importante. E’ stato quando, osservando dalle finestre dei laboratori della scuola dove studiavo, vedevo una piazza di Milano, che si chiama Piazza Mentana, che aveva alcuni negozi con delle insegne che mi avevano colpito per il loro colore, attorno al giallo: un mobilificio, “Mobili…” e poi il cognome non me lo ricordo più. Questa cosa mi aveva colpito, e io, invece di studiare, e quindi proseguire le prove che si facevano in laboratorio, cercavo di disegnare quelle vetrine che vedevo. Questo poi ha formato un quadro ad olio di grosse dimensioni, che io ritengo fra le cose migliori che abbia mai fatto.

Lo ha esposto qua a Macugnaga?

Credo qualche volta sicuramente sì, in questo momento non ricordo. E’ in quell’unica monografia che mi è stata dedicata da Giorgio Seveso, tra le immagini della città.

Giorgio Seveso era uno dei maggiori critici allora, anche perché scriveva su un giornale di larghissima diffusione come “L’Unità”, e ovviamente era un po’ legato all’ideologia di quel tempo, cioè che l’arte moderna, modernissima, era ovviamente bocciata in partenza, capisce. Quindi Seveso ha scelto nella mia produzione quelle espressioni che potevano in qualche maniera essere sopportate da una critica di un certo tipo.

Quale vorrebbe che fosse il suo ultimo quadro?

Quello che dipingerò domani mattina. Perché io spero sempre il giorno dopo di fare meglio del giorno precedente. E’ un po’ come l’anello dell’amore: “oggi ti amo più di ieri, e meno di domani”. Fare sempre qualcosa di meglio.

Gianni Radice con gli attrezzi del lavoro

(intervista a cura di Paola Maria Raimondi e Gaia Gulizia – foto di Gaia Gulizia).

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Su Exibart alcune delle mostre realizzate da Gianni Radice.

Gli strumenti creativi di Gianni Radice, nella sua casa di Macugnaga

5 thoughts on “Intervista a Gianni Radice – di arte e gentilezza”

  1. Buongiorno a voi.
    Mi chiamo Nobile Gianfranco e sono il cugino di Gianni Radice.
    Vorrei poterlo ricontattare perchè io risiedo da cinque anni in Bolivia e ho perso il suo n. di cellulare (o forse ha un indirizzo mail).
    Vorrei avere e dare buone notizie sulla vita di entrambi.
    In attesa di aggiornamenti vi mando distinti saluti dalla Bolivia. Grazie.
    Nobile Gianfranco

  2. Buongiorno Gianfranco, grazie del suo commento!
    Sarò molto felice di metterla in contatto con il signor Gianni: è bello sapere che, in qualche modo, condividere arte serva a ricongiungere le persone.
    Un saluto cordiale fino alla Bolivia.

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