Danio Manfredini ci aspetta nel foyer di Teatro Menotti. Le sedie si riempiono velocemente, mentre lui attende in silenzio.

Quando inizia a parlare, si percepisce il suo desiderio di condividere un percorso lungo e intenso come è stato quello del suo fare teatro, che ho avuto occasione di conoscere da vicino partecipando, molti anni fa, ad un suo seminario in occasione del quale ricordo di averne ammirato la leggerezza e la padronanza del corpo, simile a quella di un danzatore.

La sera prima ha presentato Divine, lettura scenica ispirata a “Nostra signora dei fiori” di Jean Genet con proiezione di alcuni suoi disegni, una sorta di storyboard dell’opera.

Manfredini racconta il suo modo di vivere e fare teatro: come luogo di incontro, di contatto, di empatia, risonanza. L’Arte è un punto di congiunzione, e il teatro in quanto arte, il teatrante in quanto artista, non può lavorare per compiacere un sistema: può e deve comunicare qualcosa, trasmettere il suo sentire, essere vaso comunicante.

Perché nella magia dell’Incontro teatrale, chi è in scena e chi dalla platea partecipa ascoltando, sono entrambi partecipi di qualcosa di invisibile che si muove, di un’energia co-creata e condivisa.

Fra domande del pubblico e risposte che racchiudono riflessioni e condivisioni profonde, si parla anche di Cinema Cielo, spettacolo “cult” di Danio Manfredini, forte e disturbante, che può portare all’empatia o al rifiuto.

Lo spettacolo ha visto il suo debutto nel 2003 al Festival di Santarcangelo.

Torno a vedere Cinema Cielo dopo molti anni dalla prima esperienza, e ritrovo quella sensazione di doloroso straniamento; i manichini seduti fra le poltrone del cinema Cielo rimandano bene alla cristallizzazione di una assopita solitudine che sfoga la sua amarezza in atti meccanici di fisicità consumata solo con il corpo, in assenza di coscienza, in assenza di amore.

Sono frammenti di un’umanità alla deriva esistenziale, quelli che ci vengono presentati, noi spettatori degli spettatori di una sala cinematografica e della pellicola della propria vita, vissuta dolorosamente di una sofferenza a volte forse inconsapevole, che cerca compensazione in abbuffate di corpi.

Manfredini, che è anche disegnatore, tratteggia i profili di questi esseri umani con distacco, senza giudizio. Arrivare alla fine dello spettacolo costa, perché proietta immagini scomode, disturbanti, che attingono dalle viscere del malessere, della ricerca disordinata e sconclusionata di qualcosa che si allontana sempre di più.

Cosa porta l’essere umano ad affacciarsi sull’orlo di un burrone, per scongiurare il terrore della solitudine?

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