Dò nuovamente il benvenuto a Rosa Medina su queste pagine, dove avevo già raccontato tempo fa il nostro incontro a Barcellona e le mie prime esperienze con il percorso di canto libero e terapeutico.

Ecco le risposte ad alcune domande che le ho posto sul tema della voce e del canto libero, nella sua lunga esperienza di conduzione di laboratori.

Rosa Medina © Gaia Gulizia

Come descriveresti in una frase la voce?
La voce è il suono della nostra verità nel momento presente. il segno sonoro della nostra
presenza nel mondo, qualcosa che ci rivela prima ancora che parliamo.


Cosa rappresenta la voce per l’essere umano?
La voce rappresenta il modo più immediato con cui l’essere umano si manifesta. Un ponte tra
interno ed esterno. Non solo comunica messaggi, ma rivela come stiamo, cosa sentiamo, cosa
tratteniamo o accogliamo in noi. Prima delle parole, manifesta se siamo tesi o rilassati, se
siamo centrati o in conflitto. Per esempio, una persona può dire “sto bene”, ma la sua voce
può tremare o essere spenta: lì c’è già un’informazione profonda. La voce non mente
facilmente. Ë una espressione immediata di esperienza e identità.


Cosa significa il canto, per te?
Per me il canto è un atto di integrazione e trasformazione. Non è performance né ricerca
estetica, ma la possibilità di dare forma sonora a ciò che dentro non ha ancora parole. A volte
una persona non riesce a spiegare la propria tristezza, ma può cantarla con un suono lungo,
grave, fragile. E in quel gesto qualcosa si organizza interiormente.


Cosa differenzia il canto libero dal canto strutturato in una melodia?
Il canto strutturato segue una forma esterna: una melodia già esistente, un ritmo definito. Il
canto libero nasce dall’interno. Non parte da “come dovrebbe suonare”, ma da “come sto
ora”.
Se sono in uno stato di agitazione, il suono può essere irregolare, spezzato. Se sono in uno
stato di calma, può essere fluido e melodico. Non cerchiamo la bellezza formale, ma la
coerenza e autenticità con l’esperienza presente. È un linguaggio diretto dell’emozione.


Cosa significa, in concreto, che “la vita è uno spartito che tu puoi cantare e trasformare”?
Significa che la vita ci porta esperienze che non sempre scegliamo — ferite, perdite,
frustrazioni — ma possiamo scegliere come attraversarle.
Quando, attraverso il canto libero, mi consegno pienamente a ciò che sto vivendo e lo esprimo
in suono, permetto a quell’esperienza di muoversi. Se si tratta di una ferita psicologica, posso
dare voce alla tristezza o alla rabbia che la accompagnano. Nel momento in cui queste
emozioni trovano uno spazio autentico di espressione, non restano bloccate dentro.
Si crea uno spazio libero. E in quello spazio può emergere altro: accettazione, serenità, una
nuova comprensione, oppure un impulso creativo che orienta verso nuove possibilità.
La trasformazione non consiste nel negare il dolore, ma nel attraversarlo fino a farlo evolvere
in un’altra qualità di esperienza.


A chi si rivolge il percorso del canto libero trasformatore? Cosa può apportare in un
percorso individuale?

Si rivolge a persone che sentono il bisogno di esprimersi in modo più autentico, a chi vive
blocchi emotivi o tensioni corporee, ma anche a professionisti della relazione d’aiuto che
vogliono integrare uno strumento esperienziale nel loro lavoro. E anche a cantanti o artisti che
hanno bisogno di andare oltre i canoni conosciuti dell’espressione canora.
In un percorso individuale può portare maggiore consapevolezza emotiva, scioglimento di
rigidità corporee, aumento della fiducia nella propria espressione e una relazione più integra
con la propria identità. Molte persone scoprono che non è la voce a essere bloccata: è
qualcosa nella loro storia che non ha ancora trovato spazio.

Quale beneficio porta il lavoro di gruppo e di condivisione, nella tua esperienza?
Nel gruppo si crea un campo di risonanza. Quando una persona canta in modo autentico, dà
implicitamente il permesso agli altri di fare lo stesso.
Ho visto persone iniziare con molta vergogna e, ascoltando gli altri, riconoscersi nelle stesse
emozioni. Questo riduce il senso di isolamento e accelera il processo di apertura. La
condivisione rende l’esperienza meno individuale e più umana. E questo, di per sé, è già
trasformativo.

.

.

.

Potete trovare i percorsi proposti da Rosa Medina sul suo sito La Voz Curandera

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *